martedì 1 giugno 2010

Italiano, ci manchi (http://www.achyra.org/forestierismi/)

Stante l’afflusso massiccio di forestierismi nella lingua d’oggi – afflusso che rischia di compromettere sia la comunicazione sia l’identità dell’italiano – proponiamo qui una lista (in fieri) di traducenti italiani, alcuni già esistenti e registrati nei dizionari, altri in potenza, e che potrebbero diventare lemmi nei vocabolari se verranno usati su larga scala. Il contributo di tutti i parlanti è necessario, ma soprattutto quello dei mezzi d’informazione, perché la lingua italiana rimanga vitale e in grado d’esprimere, col proprio lessico e le proprie strutture, tutte le realtà del mondo moderno.

La lista che presentiamo, frutto di ponderate scelte lessicali maturate all’interno del nostro forum di discussione e contenente diverse «proposte d’autore», è ancora in fase di revisione.

Gl’interessati possono seguire il relativo dibattito nella sezione Forestierismi del nostro forum.

La lista, che ha carattere informativo, non certo «normativo», si propone inoltre di ricordare che, a seconda del contesto, del registro e della particolare situazione comunicativa, per ogni [pseudo]forestierismo (anche ben acclimato) esiste almeno un valido e inappariscente traducente: di qui l’inclusione di esotismi anche assai radicati e quindi difficilmente «scalzabili».

http://www.achyra.org/forestierismi/index.shtml

venerdì 4 dicembre 2009

In difesa della lingua italiana II - Dialetto sì - ma quale? (Renato Besana)

Ottima l'idea leghista di portare il dialetto nelle scuole, se si tratta di far leggere agli studenti autori finora ignorati da programmi e antologie, quali Porta, Tessa, Noventa e Belli (la cui prima edizione critica si deve a un vicentino trapiantato a Roma, Giorgio Vigolo). Val soprattutto la pena di far conoscere alle nuove generazioni il nostro Carlin: il più grande degli scrittori milanesi, benché scrivesse in francese, ovvero Standhal, lo giudicava - e a ragione - di molto superiore agli atri muscosi e ai siccome immobile di Manz.Ales, che l'italiano lo vergava, forse sciacquandolo e centrifugandolo un po' troppo, ma non amava parlarlo (come molti padri della Patria, del resto).
La restituzione di pagine finora negate alla vasta platea dell'istruzione pubblica appare doverosa. Ma se ci spingiamo oltre cominciano i guai. Il ministro Zaia ha proposto fiction in dialetto, forse dimenticandosi che una - anche se allora non si usava questo perfido anglismo - già fu girata nel 1978: L'albero degli zoccoli di Ermanno Olmi era in bergamasco con tanto di sottotitoli per i non capenti: era grande cinema e la lingua non rappresentò una barriera; lo stesso per La terra trema di Visconti, che però venne in un secondo tempo doppiato. Anche il teatro dei Legnanesi è andato benissimo in tivù, come in anni lontani quello di Gilberto Govi, ma imporre idiomi locali, senza autentica necessità espressiva, è operazione quanto meno discutibile: immaginiamo, per un solo momento, uno sceneggiato in lucano stretto...
Insegnare i dialetti o usarli nei notiziari locali potrebbe creare l'effetto maionese andà insema, cioè impazzita. Usciti da Milano e spingendosi fino a Varese s'incontrano almeno tre ceppi principali: il legnanese, il bustocco e il bosino, ma a Lainate sono fieri del loro accento chiuso, a Busto Garolfo degli arcaismi liguri, mentre Parabiago vuol dire la sua. Così, se sotto la Madonnina l'imbuto è il pedrieu, nell'Insubria è il curnasél. Idem verso Como, con il brianzolo prima, compresa la variante monzese, e il comasco poi, tanto simile al ticinese, ma salendo in Val d'Intelvi la lingua cambia di nuovo. Passato l'Adda, comincia un altro mondo; e i bergamaschi di città faticano a capire il gaì, il gergo usato dai pastori delle valli.
Secondo problema: il milanese ha una tradizione letteraria, si sa come scriverlo e pronunciarlo; altrove, anche se esistono dizionari e grammatiche, scarseggiano i testi di riferimento e ci si deve affidare alla tradizione orale. L'antropologo e il filologo si divertono, ma un insegnante si troverebbe in difficoltà. Senza contare che proprio nella città di Ambrogio il dialetto non lo parla quasi più nessuno; i ceti popolari cui Carlo Porta dava voce oggi usano un italiano sbriciolato, un po' come i calciatori, che non sono mai al cento per cento e hanno fiducia nel mister. Il meneghino ha smesso di evolversi e gli mancano le parole per esprimere la modernità: conosce el bicochin, l'arcolaio, ma per il resto s'è fermato alla television (che qualche vecchietta di Ossona si ostina a chiamare teleguardur).
Negli anni Cinquanta del secolo appena trascorso avrebbe avuto un senso prestare maggiore attenzione ai dialetti, che ancora erano diffusi. Tracce dell'antico sono rimaste nelle inflessioni cittadine e nei modi di dire, disciolti però nell'italiano che li ha accolti e che deve fronteggiare l'imbarbarimento determinato dagli anglismi inutili e dai gerghi specialistici, a cominciare dal burocratese. Insistendo lungo questa strada, si finirebbe per smarrire la lingua nazionale senza ritrovare quella locale.
Alla televisione della Svizzera italiana è andato qualche tempo fa in onda Sentieri selvaggi, il celeberrimo western di John Ford interpretato da John Wayne, con un nuovo doppiaggio in ticinese; il titolo suona Se ta cati ta copi, cioè se ti prendo ti ammazzo; presto sarà disponibile anche Pretty Woman, fedelmente tradotto in Bela tusa. Provocazione, gioco ironico, ma in un contesto dove il dialetto è vivissimo e condiviso da tutti quale momento identitario, non senza una larvata contrapposizione con l'italiano, lingua ufficiale in qualche misura avvertita come straniera.
Da noi, al contrario, l'italiano è stato nei secoli il principale veicolo d'identità nazionale. In epoche ormai remote era un argine contro la babele casereccia delle parlate comunali, ormai quasi del tutto perdute. Eppure non ci sentiamo meno milanesi per il fatto di non parlare coma la Ninetta del verzee.
P.S. Nel testo ho usato la grafia milanese sancita dalla tradizione, secondo la quale, per esempio, la o si legge u, mentre la u si pronuncia alla francese, come il dittongo eu; di qui la distinzione tra co, cioè testa, e cu, che non abbisogna di traduzione. Nei diletti ariosi, cioè provinciali, questa distinzione cade, la u è come in italiano e per la ü bisogna ricorrere alla dieresi. Un bel pasticcio, fra i tanti.

Renato Besana

http://www.circolo-latorre.com/home.jsp?idrub=95

domenica 27 settembre 2009

Libero (domenica 27/09/2009)

È stato presentato alla Camera in questi giorni il ddl per la costituzione del Consiglio Superiore della Lingua Italiana. Promotrice la Vicepresidente della Commissione Cultura della Camera, on. Paola Frassinetti del PDL, che ha legato il suo nome a numerose iniziative concernenti la nostra lingua, prima fra tutte la campagna scolastica sulle “tre i” (inglese, informatica, italiano), lanciata quando era assessore alla Cultura della Provincia di Milano.
Il ddl prevede l’istituzione di un organismo di tutela e salvaguardia della lingua nazionale, più volte auspicato e proposto, ma oggi resosi tanto più necessario in quanto l’italiano, stretto fra regionalismo e globalizzazione, non gode ottima salute ed anzi ha perduto terreno sia in campo nazionale che internazionale.
La Legge 15 dicembre 1999, n. 482, “Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche”, infatti, ha incluso fra le lingue minoritarie presenti in Italia anche il friulano e il sardo, che non rappresentano evidentemente delle minoranze, ma delle comunità regionali o locali come tutti i dialetti italiani. È stata una forzatura legislativa di cui a distanza di tempo si sono viste tutte le conseguenze. L’ultima, e la più grave, è data dal contenzioso in atto tra il Friuli e lo Stato italiano, che nel febbraio 2008 ha impugnato la legge regionale sulla “lingua friulana”. ”. Le norme contestate - ha reso noto il ministero degli Affari regionali - «oltre ad apparire in contrasto con numerosi princípî costituzionali, esorbitano dall'oggetto della legge, la tutela della lingua friulana, e prefigurano un regime di sostanziale bilinguismo e, per taluni aspetti, di esclusività della lingua friulana».
A ciò si aggiunge che, a chiusura del 2008, la UE ha ribadito la volontà di escludere l’italiano dalle cosiddette lingue di lavoro. La comprensibile reazione di Berlusconi, che invitò i nostri rappresentanti al Parlamento europeo a disertare le riunioni se i documenti non fossero stati disponibili in italiano, fu stigmatizzata da alcuni giornali britannici, che naturalmente parlarono di nazionalismo, alimentando polemiche a non finire. Ma resta il fatto che tutti i documenti della UE verranno redatti solo in inglese, francese e tedesco: ciò che ribadisce ed amplifica l’egemonia esercitata in seno all’Europa da quelle nazioni.
La cosa è tanto più preoccupante in quanto l’Italia non è certo l’ultima arrivata in seno alla UE : è stata socio fondatore della Comunità Europea, come allora si chiamava, ed alfiere, con la Germania, dell’europeismo. Inoltre l‘importanza di una lingua non si misura soltanto dal “peso” politico della nazione che la parla, ma anche da ciò che rappresenta o ha rappresentato culturalmente. L’italiano è alla base della cultura moderna, nata con il Rinascimento, come è noto, e molto di ciò che oggi è europeo è stato italiano..
Ma non si può difendere l’italiano all’estero se non lo si difende prima nel nostro Paese. Oggi la nostra lingua si presenta come un insieme di usi piuttosto arbitrari, tendenti al ribasso culturale e la tolleranza per gli anglicismi non integrati, come check-up, imprinting, è aumentata, con seri pericoli per la tenuta delle strutture linguistiche.
Finora è mancata una “politica linguistica” degna di questo nome e ciò ha inciso non poco sulle condizioni, interne ed esterne, della nostra lingua. A colmare questa lacuna, additata sin dagli anni ’70 da due grandi linguisti italiani, Giacomo Devoto e Giovanni Nencioni, dovrà contribuire il costituendo CSLI, che come recita l’art. 2 del ddl , “sovrintende, nell’ambito degli orientamenti generali definiti dal Governo, alla tutela, alla valorizzazione e alla diffusione della lingua italiana in Italia e all’estero e collabora con le istituzioni pubbliche e private che hanno analoghe finalità”.
Il CSLI, si legge ancora, “a) promuove studi scientifici sulla lingua italiana con lo scopo di fornire agli insegnanti e agli operatori culturali gli strumenti necessari per la valorizzazione del patrimonio linguistico nazionale; b) promuove la conoscenza delle strutture grammaticali e lessicali della lingua italiana; promuove l’uso corretto ed effettivo della lingua italiana e della sua pronunzia nelle scuole, nei mezzi di comunicazione, nel commercio, nella pubblicità, nel mondo del lavoro e della ricerca scientifica; c) promuove l’insegnamento della lingua italiana nelle scuole e nelle università; promuove l’arricchimento della lingua allo scopo primario di mettere a disposizione dei parlanti termini idonei ad esprimere tutte le nozioni del mondo contemporaneo, favorendo la presenza dell’italiano nelle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione; d) indica forme di espressione linguistica semplici, efficaci e immediatamente comprensibili, da usare nell’ambito delle amministrazioni pubbliche, formulando proposte operative per rendere più agevole e rapida la comunicazione con i cittadini anche attraverso gli strumenti informatici; e) promuove l’insegnamento della lingua italiana all’estero d’intesa con la Commissione di cui all’art. 4 della legge 401 del 1990; f) redige una relazione triennale sullo stato della lingua italiana.”
Sono compiti delicati, da svolgere d’intesa con comitati scientifici appositamente costituiti; ma imprescindibili, considerato lo stato di sostanziale abbandono a cui è stata condannata la nostra lingua anche in settori chiave come quello scolastico e universitario. L’ italiano ha urgente bisogno di un rilancio, nazionale e internazionale, che non può non coincidere con una maggiore “lealismo” delle classi dirigenti e dei cittadini tutti nei confronti di una lingua che ha rappresentato, e seguita a rappresentare, il cemento unitario del Paese. Ne era ben conscio Vincenzo Monti, quando scriveva: “La lingua è l’unico legame di unione che l’impeto dei secoli e della fortuna, né i nostri errori medesimi non hanno ancor potuto disciogliere: l’unico tratto di fisionomia che ci conservi l’aspetto d’una ancor viva e sana famiglia”.
Lucio D'Arcangelo

venerdì 31 luglio 2009

In difesa della lingua italiana (Renato Besana)

In un Paese, come il nostro, pieno d'inventiva, se non basta l'inglese vero, si fa ricorso a quello finto. Per esempio: spot, Oltremanica, vuol dire faretto, da noi pubblicità televisiva; e body, per i sudditi di Sua Maestà Britannica, significa corpo, spesso morto e, se del caso, del reato; ma non corpetto, ovvero capo d'abbigliamento intimo femminile: underwear, per capirci. Si vuol apparire cosmopoliti, aggiornati, molto trendy e volonterosamente up to date; si finisce per imbastardire la lingua, con effetti non di rado cheap. Per cui, se un ristorante si chiama, poniamo, Sunshine, si può star certi che è meno caro del più casereccio Da Giordano il carrettiere. Accanto all'inglese abusivo, quello truffaldino, l'inglesorum che, al pari del latinorum esibito da Don Abbondio, ha l'unico fine di confondere le anime semplici. Le obbligazioni di Cirio e Parmalat che le banche hanno rifilato ai risparmiatori, si sono trasformate in bond appena è stato chiaro che si trattava di carta straccia. A Milano, la tassa d'ingresso per le automobili, anzi il ticket, è una pollution charge, da pagare con un ecopass, che fa pensare a un complesso esame radiologico. In una rubrica d'annunci immobiliari, figurava l'offerta di mono, bi e tri loft, così da nobilitare i troppo caserecci locali: signora mia, è il brand che fa trend. Se non bastasse, c'è l'italiano finto, che mal traduce termini anglosassoni, come i competitori, che sarebbero i concorrenti, orecchiando però i competitors. Quando il commentatore d'un autorevole quotidiano economico, intervenendo sui prezzi del petrolio, scrive crudo anziché greggio, non vuol farsi capire: intende soltanto comunicare ai suoi lettori di avere dimestichezza col Financial Times e il Wall Street Journal, dove appunto si discetta di crude; una questione di rango, o meglio di status, come si legge sulle pagine più aggiornate.
Anche le ragioni seppur minime del costume pendono dunque a favore del disegno di legge per l'istituzione del Consiglio superiore della lingua italiana: fu proposto nel 2001 ma, nei cinque anni della legislatura, non riuscì ad approdare in aula; di certo - maiora premunt - ci saranno state questioni più urgenti. Se ne riparla ora, nella speranza che quattro anni siano sufficienti a smuoverlo, in versione aggiornata e corretta, dalle sabbie mobili dei meandri parlamentari.
Secondo una statistica della Berlitz School, l'italiano è una delle otto lingue più studiate al mondo, dopo inglese, francese, tedesco e spagnolo, ma prima di giapponese, olandese e portoghese. Nel commercio è settima, dopo l'arabo e il portoghese. Nel 1980, un'inchiesta condotta dalla stampa francese le assegnava il terzo posto quale possibile lingua europea. Coloro che la parlano sono ben 57 milioni, con un bacino di utenza valutato attorno ai 120 milioni di persone. "La lingua", osservava la relazione al vecchio disegno di legge, "è un bene sociale, che va difeso dall'infiltrazione di quelle espressioni incongrue, che non provengono soltanto dall'adozione di parole straniere, ma anche da neologismi incomprensibili e accentuazioni vernacolari". Ma anche la lingua di Dante, ringiovanita da Manzoni e aggiornata da D'Annunzio e Gadda, si umilia in esausti luoghi comuni e nelle frasi fatte più abusate. Appena una vicenda di cronaca presenta un risvolto sentimentale, ecco che "si tinge di rosa", oppure "di giallo", se mostra aspetti poco chiari. Nel servizio d'un tigì che presentava una festa del cinema, s'è addirittura sentito che "Roma si tinge di Hollywood". Da brivido.
Il risultato d'una tale barbarie può essere anche quella sindrome da smarrimento che, stando a recenti studi, colpisce i destinatari di tante disposizioni giuridiche e amministrative, proprio a causa della loro formulazione nebulosa e contorta, il famigerato burocratese dalle mille nequizie, cui s'aggiungono allegramente sinergie, criticità, tematiche e problematiche. Il trucco consta nel sostituire l'universale astratto al particolare concreto: così, se l'acqua d'un litorale è inquinata, non è mai vietato fare il bagno, ma c'è un più aulico "divieto di balneazione" (per mandare gli scocciatori a quel paese, il dipendente d'un ministero, con molta autoironia, li pregava di "recepire quanto in oggetto nel foro competente"). Prima di salire sul treno, il biglietto non si timbra, ma si oblitera, e vai a sapere perché.
Ecco allora, come già accade in Francia e Spagna, il Consiglio superiore della lingua italiana, al quale spetterebbero compiti d'indirizzo e di controllo. Per esempio: rispondere all'esigenza di un modello linguistico in cui tutti possano riconoscersi; indicare espressioni semplici e comprensibili da usare nelle amministrazioni pubbliche; favorire l'impiego del buon italiano nelle scuole, nei mezzi di comunicazione, nel commercio e nella pubblicità; promuovere l'arricchimento della lingua per mettere a disposizione di tutti i termini più adatti a esprimere le nozioni del mondo attuale (come hanno fatto francesi e spagnoli con ordinateur e ordinador, invece dell'anglosassone computer, che in America latina diventa computador).
Da ultimo, il nuovo organismo, istituito presso la presidenza del Consiglio, dovrebbe diffondere l'insegnamento dell'italiano nel mondo e delle lingue straniere in Italia, ma in chiave di diversità culturale e non d'ibridazione, come succede invece nei Paesi coloniali, e sembra che noi aspiriamo a diventarlo, sempre che nell'ultimo mezzo secolo già non lo siamo stati. Nei due disegni di legge, il vecchio e il nuovo, non manca un articolo dedicato ai dialetti che "costituiscono un patrimonio storico del nostro Paese, nell'ambito di tradizioni regionali genuinamente italiane". Questo, tuttavia, non significa ufficializzarne l'uso, trasformando le parlate locali, spesso nobilissime, in piccole lingue nazionali, com'è avvenuto in Spagna, dov'è ammesso l'uso di alcuni idiomi locali. Il più importante di essi, il catalano, è però riconosciuto fin dal XV secolo e ha goduto piena autonomia anche durante il regime franchista. I costi economici indotti dal bilinguismo hanno tuttavia conseguenze paradossali: oggi, per risparmiare, gli atti pubblici sono redatti unicamente in catalano, mentre i prodotti della Catalogna recano, per farsi capire, istruzioni in solo castigliano e la dizione "fabricado in España". Le scuole pubbliche, dove s'insegna il catalano, sono disertate dai ceti più abbienti, che mandano i loro figli in quelle private, dove s'insegna invece il castigliano. L'italiano, poi, non è stato imposto da una monarchia con la forza delle armi. A differenza di quanto è accaduto anche in Francia e Inghilterra, da noi è nata prima la lingua e poi la nazione, sempre che sia nata. Parlare l'inglese nei commerci, e in famiglia il bergamasco o il bustocco, farebbe di noi qualcosa di non molto diverso da un qualunque piccolo Stato africano: nel futuro di Cassano Magnago e di Chiavenna non dev'esserci il Malawi.
Ogni deviazione lessicale è sintomo d'un malessere, nella società come nella politica. Per esempio, tornando ai loft: erano spazi industriali dismessi, di solito magazzini, convertiti in abitazioni. Adesso che sono di moda, però, li si costruisce di bel nuovo, quasi che nella nostra società la rottamazione preceda la fabbricazione, arrivando al paradosso di produrre rifiuti al solo fine di riciclarli.


Renato Besana

http://www.circolo-latorre.com/home.jsp?idrub=63

venerdì 5 giugno 2009

Una nuova rivista culturale: Il filo d’Arianna (a cura di Renzo Montagnoli)

In un contesto che vede nel nostro paese accentuarsi sempre di più il fenomeno della disaffezione alla lettura e, soprattutto, evidenzia l’incapacità della maggior parte degli italiani di scrivere e leggere correttamente la loro lingua, la nascita di una nuova rivista culturale può sembrare un anacronismo.
Eppure c’è chi ci crede, a partire dall’editore Solfanelli, che comunque penso sia consapevole dell’azzardo e non a caso ha affidato la direzione della rivista a Renato Besana, Franco Cardini e Lucio D’Arcangelo, nominativi tutti che, nelle loro specificità, sono autorevoli e conosciuti.
Ho avuto l’opportunità di leggere il primo numero (è un trimestrale) e sono rimasto favorevolmente colpito, perché l’impronta che è stata data a questo nuovo periodico non è elitaria, ma nemmeno nazionalpopolare, insomma si è cercato di coinvolgere più lettori possibili, a patto che abbiano, oltre a un livello culturale nella media, anche la passione per la letteratura.
Quindi, non ci sono discorsi riservati esclusivamente agli addetti ai lavori, ma non ci sono nemmeno banalizzazioni e superficialità, con articoli non solo di interesse comune, ma anche scritti in modo accessibile per chi ha un livello scolastico non necessariamente universitario.
Non riporterò la scaletta di tutto il primo numero, di ben 128 pagine e che si presenta tipograficamente e anche come formato come un normale libro; mi limiterò, pertanto, a evidenziare di quanto si parli della nostra incapacità a esprimerci in un italiano corretto, della nostra sudditanza a vocaboli inglesi, il cui ricorso è sovente del tutto ingiustificato, della scarsa possibilità di diffusione della lingua italiana nell’ambito dell’Unione Europea, a conseguenza anche del fatto che nemmeno in patria la si conosce adeguatamente. A questo problema, veramente notevole, la rivista dedica più di un articolo (per la precisione ben nove), affrontandolo in tutte le sue sfaccettature. Altrettanto interessante è il Dossier Borges, dedicato al grande scrittore argentino e che comprende, fra l’altro, un’intervista che da sola giustificherebbe l’acquisto del numero. Senza voler togliere importanza agli altri servizi, fra i quali rammento con piacere quello su Francesco Petrarca, mi ha colpito quello di linguistica scritto da Lucio D’Arcangelo e intitolato La foresta dei suoni, con le differenze caratterizzanti i vari idiomi; è un’autentica scoperta di quali suoni, a seconda delle lingue, corrisponda per esempio una consonante. Non mancano, peraltro, racconti e poesie, queste ultime di autori veramente famosi. Il numero si conclude con un articolo di Alberto Rosselli, giornalista e storico, conoscitore del mondo turco: Turanismo e Panturanismo, termini che forse non ci sono sconosciuti, ma che qui vengono esaurientemente spiegati nel loro reale significato.
Quanto costa questa rivista? Un numero ha un prezzo di 8 Euro, ma l’abbonamento annuale, cioè 4 numeri, in tutto 30 Euro. E’ cara? Direi di no, ove si consideri che un libro di oltre 100 pagine costa minimo 10 Euro, e che poi un solo volume potrebbe anche non piacere, visto che l’oggetto è unico, ma in una rivista come questa gli articoli sono tanti e in grado di soddisfare i gusti di ognuno. E poi, anche se può sembrar retorico, mi piace dire che la cultura non ha prezzo.
Di seguito riporto l’intervista a Lucio D’Arcangelo, interpellato appunto per avere maggiori ragguagli su Il filo d’Arianna.


Intervista Lucio D’Arcangelo, membro del Comitato direttivo della rivista trimestrale culturale Il Filo d’Arianna.


Fa sempre piacere veder sorgere una nuova rivista culturale e perciò prima di tutto auguro buona fortuna a lei e a Il Filo d’Arianna. La cultura è conoscenza e la conoscenza è capacità critica, condizioni indispensabili per la conservazione della libertà. Purtroppo il panorama contemporaneo vede un generale imbarbarimento, con gli italiani sempre meno attenti alla lettura, oppure disponibili ad accettare supinamente consigli per gli acquisti di libri troppo spesso di basso livello. In questo contesto l’uscita di una nuova rivista culturale diventa un azzardo, perché purtroppo l’editore deve fare la quadratura dei ricavi con le spese.
Da una prima lettura mi sembra che abbiate dato un’impronta non elitaria, ma nemmeno populista, al fine di coinvolgere non solo i tipici addetti ai lavori.
Ci vuol parlare di questa rivista e dei suoi obiettivi?


Oggi da più parti si lamenta la scarsa attenzione che la classe dirigente presta alla cultura. Ma non tutti i mali, veri o presunti, vengono per nuocere. Troppo spesso abbiamo assistito a commistioni che non hanno fatto bene né alla politica né alla cultura. Non diceva Burkhardt che Stato e cultura sono potenzialmente nemici?
In ogni caso la cultura non deve inseguire la politica né tantomeno la TV. Oggi più che mai la cultura deve recuperare la propria dimensione, che è in interiore homine, e soprattutto il proprio linguaggio, che non è né quello “specialistico” né quello mediatico. Tra la cultura accademica, oggi diventata sempre più asfittica e scolastica, e la cultura ridotta ad “evento” c’è un spazio che va colmato. In quanto al resto, una rivista di cultura non può che rivolgersi ad una minoranza. Si tratta soltanto di allargarla il più possibile, ed è una sfida non soltanto commerciale.

Concordo. Ho notato che nell’impostazione del primo numero gli argomenti trattati sono opportunamente diversi (fra l’altro il servizio su Borges, ivi compresa l’intervista, è veramente di grande interesse). Largo spazio è stato dato alla nostra lingua, purtroppo in declino non tanto a livello mondiale, ma proprio come nostro linguaggio comune. Sembrerebbe – e lo è, in effetti – che l’italiano sia in una fase involutiva e alle varie problematiche sono stati dedicati diversi articoli. Proseguirà anche nei prossimi numeri questo richiamo, forte, a riappropriarci del nostro lessico nella purezza della terminologia, nella precisione della costruzione logica?

Credo che Borges non sia soltanto un grande scrittore, ma anche un maestro di pensiero, antidogmatico e immune da tutti i vizi del nostro tempo. Compito di una rivista di cultura è anche quello di riannodare il rapporto con il passato più o meno recente, che, schiacciati sull’attualità, rischiamo di dimenticare. In quanto alla lingua certamente continueremo ad occuparcene, anche perché lo scarso interesse di cui è fatta oggetto, anche ai livelli più alti, è un indice tutt’altro che trascurabile delle condizioni in cui versa la nostra cultura. Ogni numero però avrà un argomento monografico diverso, messo in luce dall’illustrazione di copertina.

Il Comitato direttivo della rivista è formato da lei, da Renato Besana e da Franco Cardini. Ci vuol dire brevemente chi siete?

Renato Besana, giornalista RAI, editorialista di Libero, è autore per Solfanelli di “Sconcerto italiano”. Franco Cardini, storico medievista, autore di numerose opere non soltanto storiche, ma anche narrative, ha ricoperto numerosi incarichi nelle istituzioni culturali del nostro Paese. Il sottoscritto, linguista di formazione, non ha escluso dai suoi interessi altri settori quali la letteratura. Giudica il suo libro più attuale “Difesa dell’italiano” (2001)

Quali sono le modalità per ricevere un numero della rivista o per abbonarsi?

Ecco tutte le coordinate: Direzione, Redazione e Amministrazione: Via A. Aceto n. 18 - 66100 Chieti
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La rivista è aperta anche ad altri collaboratori e, se sì, per quale tipologia di articoli e in che modo trasmetterli?

Le proposte ossia brevi riassunti (abstract) degli articoli vanno mandati alla redazione della rivista all’indirizzo e.mail sopra riportato.

Fra gli articoli presenti nel primo numero ce n’è uno che mi ha confermato quello che già temevo. Mi riferisco a Il nuovo analfabetismo. In particolare il semianalfabetismo riscontrato anche a livello di studenti universitari sembrerebbe dimostrare una progressiva disaffezione per la lettura, il che implica anche la perdita progressiva delle nozioni scolastiche di carattere letterario a suo tempo acquisite. E’ un problema assolutamente non marginale e anzi dalle conseguenze devastanti. L’articolo che ho citato è molto ben fatto, ma credo che siano opportuni ulteriori approfondimenti per spiegare il fenomeno e per suggerire i rimedi.
Al riguardo, pensa che la rivista ritornerà in argomento?


Difficile sanare un disastro inziato negli anni ’70 e consolidatosi attraverso le nuove generazioni di insegnanti. I rimedi che si possono suggerire, ammesso che si abbia la volontà di usarli, potranno dare i loro effetti solo a lungo termine. Uno di essi, già suggerito da un illustre italianista, Francesco Bruni, può essere l’insegnamento della lingua scritta, oggi inesistente nelle scuole e, purtroppo, anche nelle università. Occorre comunque una vigorosa politica di indirizzo che non lasci soli coloro che vogliono reagire ad una situazione giudicata da tutti insostenibile. ‘E probabile che torneremo su di argomento così scottante.

Ho notato la presenza di alcuni racconti e anche di poesie, queste ultime di autori di notorietà internazionale. Pensate di dedicare più spazio alla sempre negletta poesia, magari inserendo i testi pubblicati in un quadro più generale di correnti e magari anche con cenni critici della personalità artistica dell’autore?

Forse faremo qualcosa in questo senso, ma senza precostituire giudizi che vanno lasciati al lettore. Di critica ce n’è fin troppa e tutt’altro che buona. Del resto la poesia, o la bellezza, parla da sé, a meno che non sia un critico scrittore a parlarne. Ma è una specie ormai estinta.

Ci può anticipare quale sarà l’argomento monografico del prossimo numero, nonché la data di presumibile uscita dello stesso?

Il prossimo numerò uscirà entro luglio e l’argomento monografico sarà “Cristiani e neopagani”. Ma non posso dire di più.

Grazie e auguri per questa nuova rivista.

Renzo Montagnoli
http://www.arteinsieme.net/renzo/index.php?m=42&det=5224

mercoledì 11 febbraio 2009

Sommario del n. 1/2009


EDITORIALE

Per una politica della lingua
Lucio D’Arcangelo, Un paese senza lingua
Franco Cardini, L’imperialismo culturale italiano
Renato Besana, Lingua nel caos
Maurizio Dardano, La lingua si difende da sé?
Antonio Sorella, L’italiano? Lo salverà la scuola
Massimo Arcangeli, Tutti per uno, uno per tutti

Documenti
La bella lingua
L’italiano in Europa
Il nuovo analfabetismo

Una valanga di libri
Conversazione con Ferruccio Parazzoli

Dino De Riseis, Dossier Borges
Da Buenos Aires a Babilonia
Borges e l’infamia
Tre inediti
Antologia

Civiltà delle lettere
Lucio D’Arcangelo, Ricordo di Luciano Anceschi
Giuseppe Conte, Reinventare il mondo
Giulio Rasi, Savinio e gli dèi
Marco Delleani, Lighea
Paolo Pinto, La vita altrove
Paolo Pinto, Francesco Petrarca peregrinus ubique
Monica Farnetti, Felicità di Katherine Mansfield

Archivio di poesia

Narrativa
Marco Delleani, Racconto fra le righe
Renato Besana, Quattro righe, ma buoniste
Rolando D’Alonzo, La sigaretta

Linguistica
Lucio D’Arcangelo, La foresta di suoni
Armando Francesconi, Tradurre o non tradurre

Europa e oltre
Alberto Rosselli, Turanismo e Panturanismo


martedì 10 febbraio 2009

Editoriale del n. 1 (gennaio/marzo 2009)

Varare una “rivista di cultura” oggi può sembrare temerario e perfino inutile. Gli spazi, se mai sono stati ampi, sono diventati ridottissimi. Tra la cultura fast food e quella specialistica, che nel nostro Paese partecipa della crisi generale dell’università, sembra non esserci via di mezzo, e ciò è tanto più nefasto in quanto oggi la cultura, e più in generale il sapere, devono combattere su più fronti. Non c’è solo l’avversaria di sempre, quella che i filosofi antichi chiamavano doxa, ossia le opinioni correnti e dominanti, prima riassunte nella cosiddetta “egemonia” e poi nel “politicamente corretto”. Oggi troviamo insidie anche più subdole: il “culturale”, ossia la riduzione della cultura ad evento e, congiuntamente, la vendetta del pettegolezzo sull’arte ; i circenses gabellati per “cultura”, la museificazione della bellezza e l’esaltazione dell’orrido. La retorica dell’impegno, che ci ha assillato per decenni, è passata dalle mani di cantautori e conduttori, diventati maîtres à penser e predicatori domenicali. Il lascito più cospicuo dell’epoca ideologica è la demagogia culturale ovvero l’ignoranza organizzata.
Ai livelli medio-alti si tende da un lato ad identificare la cultura con la cultura politica (quanti politologi si impancano a storici?), e dall’altro con gli esotismi letterari che ci vengono propinati di volta in volta. Abbiamo assistito a mode culturali presto cadute nel limbo del sentito dire. Ma le “scienze umane” più in sintonia con il mondo globale in cui viviamo, la linguistica — beninteso quella vera — e l’antropologia, sono al di fuori degli interessi attuali. Del resto, nel nostro Paese non si fa divulgazione scientifica e la cultura accademica usa l’incomprensibilità, o l’illeggibilità, come fashion.
L’editoria è succube dell’attualità. Gli autori sono nel migliore dei casi giornalisti e nel peggiore politici e vip della cronaca. Gli stessi bestsellers, cucinati in salsa “culturale” per soddisfare lo snobismo dei ceti emergenti, hanno imboccato la strada dello scandalismo. La letteratura (creativa) langue ed è campo di scorribande da parte di professori/ traduttori, che esibiscono come cosa propria i lustrini delle culture altrui. La critica letteraria si riduce sempre più a pubblicità (tutto ciò che si pubblica è “grande” e rappresenta una svolta epocale, che dopo qualche mese nessuno ricorda più) e non giova a quei pochi narratori che si distinguono o tentano di distinguersi dalla folla dei romanzieri d’annata. Trionfano i “contenuti” più triviali ed il nostro Paese, che fu già patria dell’estetica, sembra regredito all’età della pietra. Non parliamo della grande esiliata: la poesia. L’arte è infestata dalle pseudo­avanguardie e dai concettualismi più sfrenati ed assurdi. Di fronte alla svolta mondiale del “postmoderno”, con il suo recupero della tradizione, anche figurativa, seguita ad imperversare la Facilarte con le sue trovate tanto estemporanee (le cosiddette installazioni, per esempio) quanto inconsistenti.
Ogni discorso storico deve subire a tutt’oggi le censure dei venerabili della Resistenza e si seguita ad usare il termine (staliniano) di revisionismo come se il muro di Berlino non fosse mai crollato. Assistiamo alla trasformazione della linguistica in un’ideologia dommatica da parte di consorterie accademiche in servizio di sorveglianza permanente dentro e fuori le università per le discipline di cui si ritengono depositarie. Trionfa l’abitudine non a discutere, ma a “vincere”, costruendosi avversari di comodo. Mai come negli ultimi anni il degrado della lingua ha coinciso con la caduta del livello culturale e questa con il trionfo della politica in senso deteriore.
Sbrogliare questa matassa per ritrovare il filo della cultura, ossia di quel minimo di verità compatibile con la cultura, è diventato sempre più difficile, ed impossibile senza riannodare il rapporto con quei grandi nomi, e quelle tendenze, che hanno dato nerbo e carattere al patrimonio culturale italiano ed europeo. L’oscuramento del passato a cui abbiamo assistito negli ultimi decenni ha prodotto due gravi conseguenze: la ricaduta in errori che si credevano superati e la scoperta di novità che sono soltanto anticaglie rinnovate.
Oggi, grazie alla rapidità delle comunicazioni, l’orizzonte culturale si è allargato enormemente. Ma non riusciamo a profittarne se non in termini di imitazione provinciale e, più spesso, negandoci a ciò che di veramente nuovo bolle in pentola. Siamo stati i pionieri dell’Unione europea, ma l’Europa non ci salverà, se non sapremo essere prima di tutto italiani: “Che l’Italia torni ad essere quella di un tempo, scriveva Charles Morgan nel 1945, è evidentemente un interesse dell’Europa e di tutta la civiltà, non soltanto perché l’Italia custodisce sì gran parte delle tradizioni civili, ma perché essa non è, né è stata mai, una nazione intransigente (excluding); ed in alto grado possiede la duplice qualità di ricevere con grazia e donare cordialmente”.

venerdì 6 febbraio 2009

mercoledì 4 febbraio 2009

martedì 3 febbraio 2009

domenica 1 febbraio 2009